“La volta giusta” è il più recente romanzo di Lorenza Gentile, una scrittrice che, nel tempo, ho avuto modo di apprezzare e di seguire con piacere.
Con questa storia mi ha sorpreso, come con ciascuna delle precedenti, perché ha saputo toccare corde molto delicate della mia anima.
UNA PROTAGONISTA CORAGGIOSA.
Lucilla, la protagonista, decide di partecipare a un Bando che permetterebbe a una coppia di gestire una locanda sulle montagne e di ricreare l'atmosfera di vita e di attività andate perse nel tempo in uno di quei borghi ormai spopolati che i cittadini, rimasti in pochi, cercano di rianimare con nuove iniziative.
Peccato che Lucilla dal principio sembra sola, rimasta incastrata in un progetto che sarebbe dovuto essere ben diverso, ma che la infila in una situazione tutt'altro che agevole.
Una volta ottenuta la possibilità di mettere mano alla locanda e di riaprirla ricreando vecchie abitudini in paese, come quella del piccolo bar in cui si raccoglievano le persone a chiacchierare, o del ristorante, unico della zona, o della locanda stessa con sole quattro camere che può ospitare turisti, viaggiatori, nomadi digitali e quant'altro, la ragazza si trova a dover gestire una situazione molto più grande di lei e a dover imparare a fare cose mai fatte prima.
Figlia unica, dopo aver lasciato solo suo padre da un'altra parte, un vecchio gioistraio sulla via del tramonto con la sua attività, non sa da che parte stare. Non sa se rimanere in un posto isolato dal mondo, in un'avventura che le è rimasta senza l'ausilio del suo fidanzato, il quale doveva partire con lei ma poi cambia idea, oppure tornare indietro, ricominciare da un'altra parte.
LA VOGLIA DI RIMETTERSI IN GIOCO E LA PAURA DI NON FARCELA RIGUARDA TUTTI.
Ciò che mi ha colpito di questa protagonista è la sua voglia di rimettersi in gioco, nonostante i dubbi, i timori di non farcela, di non riuscire a cavarsela, di non saper ricominciare da se stessa. Lei che non sa dove e come si è persa, lei che fin da bambina si è sempre sentita tanto sola e ha dovuto imparare a cavarsela nelle situazioni più disastrate, dopo che la madre se n'è andata rifacendosi una vita da un'altra parte, lei che non sa dove andare a finire con i suoi bisogni e con i suoi sogni.
Lucilla è un po' tutte noi. Rispecchia facilmente le nuove generazioni, le ragazze di oggi che non sanno precisamente cosa vogliono, dove vogliono andare, come immaginano la loro vita, in che prospettiva la vedono. Loro che non si legano a nessuno o, per vie traverse, non hanno la fortuna di durare in una coppia, perché è più comodo pensare a se stessi che all'altro o è molto difficile conciliare vita privata e necessità vere, magari il lavoro, magari progetti che ti portano altrove in un mondo che spesso parla al singolare e non al plurale. Un mondo egoista, cambiato, quasi retrocesso nel lato umano delle cose e delle persone. Ed è proprio ciò che accade a Lucilla.
LA SOLITUDINE RACCONTATA NELLE SUE VARIE SFUMATURE.
La scrittrice è stata molto brava a raccontare la solitudine nelle sue molte sfumature, nei suoi personaggi bizzarri ma sempre pronti a darsi una mano l'un con l'altro, ricordandoci che persone buone, in fondo, al mondo ne sono rimaste ancora molte. E magari si tratta di persone che vivono nel loro mondo privato, nella loro solitudine, rinchiusi a chiave nelle gabbie delle loro paure, dei loro dispiaceri, dei loro ricordi, della loro spesso immotivata disistima.
Ciò che mi ha profondamente toccato è stata la capacità di raccontare la voglia di ricominciare della protagonista, come di tutti gli altri personaggi, pur senza avere la forza per farlo, ma dandosi coraggio, dandosi forza l'un l'altro, servendo all'uno come all'altro, sapendo che qualcosa di positivo potesse succedere se si rimaneva uniti.
LA MIA VALUTAZIONE








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